mercoledì 16 maggio 2012

Nel ventre della montagna

La vecchia linea, superata la galleria di valico, si appresta alla lunga e avvincente discesa che la introduce alla Valnerina.
La storia che sto per raccontarvi vi suonerà strana, ma è vera e profondamente vissuta. Oggi mi sento così, e la narrazione va da sé seguendo il filo dei ricordi vivi, in parte scossi. Dopo 12 anni e 324 mila chilometri, ho accantonato la mia vecchia Ford Fiesta. Non starò a tediarvi raccontando per filo e per segno le avventure che l'hanno vista artefice nel susseguirsi gioioso degli anni. Ma oggi, dopo averla rottamata, e in attesa di ritirare l'auto nuova, mi è tornato un mente un episodio di alcuni anni fa, che la vide protagonista sul vecchio sedime della ferrovia Spoleto - Norcia.

L'inizio della galleria di valico della Caprareccia, lato Spoleto, ripresa dal finestrino dell'auto.
L'antefatto risale al 10 settembre del 2005, giorno inaugurale dei lavori di ripristino del tracciato presso la stazione di Sant'Anatolia di Narco - Scheggino. Io e un gruppo di amici, all'epoca molto attivi nella ricerca e documentazione dei resti della ferrata, presenziammo all'evento, che vide la partecipazione delle autorità locali, nelle persone degli allora sindaci di Spoleto e Sant'Anatolia, e dell'ex Arcivescovo della diocesi di Spoleto - Norcia. Finite le celebrazioni, tentammo una delle tante scalate alla salita di Sant'Anatolia verso il valico della Caprareccia, seguendo l'antico tracciato. Dopo 9 km di camminata, giunti all'imbocco della galleria di valico, con altrettanti km in attesa sulla via del ritorno, nessuno aveva la fantasia di percorrere la galleria, lunga altri 2 km, che avrebbe comportato altri 4 km sulle gambe, considerando il ritorno. Tutti, tranne io, che morivo dalla voglia di attraversarla, per la mia "prima volta". Ma non mi andava di avventurarmi da solo, lasciando gli altri ad aspettarmi; non per paura, ma mi piaceva l'idea di condividere una tale emozione, che al momento rimase inespressa. E latente, pronta ad esplodere. Nemmeno una settimana dopo, nella giornata di venerdi 16, decisi di tornare sul luogo del misfatto, con la mia ragazza di allora, poi diventata moglie, che in quei giorni di spensieratezza mi seguiva spesso nelle scorribande sul tracciato della ferrovia. Risalendo sul versante spoletino, arrivammo all'imbocco della galleria. Parcheggiammo nello spiazzo presente tra il casello Caprareccia e il portale della galleria, e ci avventurammo per alcuni passi a piedi, finché c'era luce, non essendo muniti, al momento, di torcie. Eravamo presi da una strana frenesia, che tuttavia non lasciava presagire quel che stava per accadere. Anche perché a saperlo prima, la mia futura moglie non si sarebbe prestata al gioco. Ritornati nell'auto, gli proposi di avventurarci per un breve tratto nella galleria con l'auto dove, grazie all'illuminazione dei fari, avremmo avuto una visuale privilegiata. Giusto un breve tratto per provare l'emozione, e poi saremmi tornati indietro, piano piano, in retromarcia. Accadde poi che metro dopo metro, secondo dopo secondo, non incontrando particolari ostacoli, scivolando via perfettamente dritta, mi sono avventurato dritto nel cuore della montagna. E ho realizzato che stavolta dovevo andare a fondo, e niente e nessuno mi avrebbe fermato. Sapevo che l'altro versante era aperto e popolato, perché in quei giorni dei boscaioli erano sulla montagna a far legna, e usavano la galleria per farci transitare i loro camion carichi di legname, essendo l'unica via di accesso possibile per quei mezzi. Ricordo lo sguardo di Agata che mi chiedeva cosa avevo intenzione di fare, il suo fondato terrore quando finalmente realizzò le mie intenzioni, tra gli occhi ora chiusi ora sgranati, il rosario recitato in silenzio, e qua e là qualche foto scattata al volo, perché la paura alimenta la curiosità dell'incoscienza cui è difficile sottrarsi. E che, dopo 20 minuti di auto che procedeva a passo d'uomo, per le buche, i sassi, e la cautela vestita da paura, ci portò all'uscita sull'altro versante. La sera di quella gloriosa giornata, scrissi alcune righe che ancora conservo, e che qui riporto.

L'uscita, lato Norcia, della galleria di valico della Caprareccia.
"Non so cosa scatti nel cuore e nell'animo delle persone. La commossa costernazione di fronte a tanta meraviglia dell'ingegneria ferroviaria adagiata lì, paziente, in attesa di essere accarezzata senza essere dimenticata, frammista ad un senso di nostalgia latente e allagante per un viaggio da fiaba sfuggito soltanto per un soffio di anni. E ripetutamente negato. Queste e altre sensazioni inscindibili armano suggestioni potenti, pronte ad esplodere. Come oggi. Ancora non ce ne capacitiamo di come possa essere potuta accadere una cosa del genere. So solo che la galleria Caprareccia mi era rimasta lì, sullo stomaco, quel giorno dell'escursione a Sant'Anatolia. Arrivarvi in bocca e vederla miracolosamente aperta, e rifiutarla, è stato un boccone difficile da digerire. Aveva acuito un senso di piacevole insoddisfazione che di ora in ora si era impadronita di me. Ma alla fine ha vinto, e forse io con lei. Un trionfo, un tripudio vissuto insieme. Oggi le sono tornato davanti. Con la scusa di far vedere alla mia ragazza gli esiti delle mie ricerche di pochi giorni fa. Siamo scesi, abbiamo fatto due foto, per un tratto a piedi l'abbiamo anche attraversata, finché si vedeva bene a luce naturale. Ci eravamo girati e saliti in auto per andarcene ... quando .... siamo stati risucchiati. Mi è venuta la malsana (o forse benedetta) idea di provare a vedere l'efficacia dell'illuminazione dell'auto in galleria .... e come era camminarci dentro .... piano piano, poco a poco, la strada cresceva dietro le spalle .... L'uscita era sempre lì, a portata di retrovisore, quella fessura di luce rassicurante .. ma la strada scorreva, dritta, dritta, dritta, e senza intoppi ..... e li ho capito, che non potevo più tornare indietro .... ad un certo punto ... ho scollinato senza rendermene conto .... ad un certo punto, la strada prima in leggera impercettibile salita, era diventata di evidente discesa ... davanti ai nostri occhi. Ad un certo punto .... dopo tanto buio rischiarato solo dai fari abbaglianti, a distanza, molto in basso rispetto alla linea retta dello sguardo, c'era una piccola luce bianca, lontana. Ma certa. Ad un certo punto ... la luce lasciata le spalle che ci aveva accompagnato con fare rassicurante, è stata inghiottita dal buio .... ad un certo punto, la volta mattonata ha lasciato spazio alla roccia viva. Eravamo approdati all'altra parte del guado, al punto di non ritorno. Il senso di ammirazione si alternava a quello di timoroso rispetto, per un'opera tanto ardita e cupa, nelle cui viscere ci trovavamo .... quel senso di precarietà strisciante impadronirsi dei propri pensieri come l'umidità crescente del luogo che entrava nelle ossa ... quel timore che possa accaderti qualcosa in un punto così desolatamente impervio. Guardavamo increduli e sconcertati, fuori dal senso delle proporzioni, l'incedere dell'uscita che era ancora lontana ed era ancora strana, dopo tutto quello che avevamo visto e sentito addosso. Verso l'uscita una piccola frana .... e, giunti al fatidico guado l'atteso imprevisto. Una delle ruote anteriori si affossa in una buca, creata dai mezzi pesanti dei boscaioli in transito abituale nella galleria. La macchina slitta sia in avanti che in retromarcia, e non ne esce fuori. Scendo, cercadno di mantenere la lucidità. Risalgo e riprovo Nulla. Scendo di nuovo. Metto un sasso sotto per fare leva e .... come per incantesimo, con facilità disarmante, l'auto riprende la corsa ed esce dalla galleria. Passaggio attraverso la trincea. Arrivo allo spiazzo dei boscaioli, deserto, loro sono sulle pendici a segare alberi e lasciarli rotolare giù nei canaloni dei torrente..... mi immagino cosa possano aver pensato dalla loro visuale, a veder uscire inaspettatamente una Fiesta Blu dalla Galleria di valico. Chi può aver osato tanto, chi si è azzardato? Non lo sapranno mai. Prendiamo la salita che si arrampica sulla montagna e usciamo a Tassinare, per tornare alla Caprareccia. Ci abbiamo messo dei minuti per realizzare quanto avevamo fatto .... e perché. Per smaltire l'adrenalina e la paura interiorizzata. Ma adesso l'entusiamo scalpita, come la mia auto che qualche ora fa ha bucato la montagna."
L'auto parcheggiata di fronte al portale della galleria Caprareccia, lato Norcia, appena compiuta la traversata.
Grazie di tutto, cara, vecchia, indomabile Fiesta..

martedì 15 maggio 2012

Accanto scorre il fiume

Il fiume Sordo con le sue marcite, a Norcia
Quando si parla di Spoleto - Norcia viene subito in mente quel capolavoro di tecnica e ingegneria che questa ferrovia ha unanimemente rappresentato. E mai tributo fu più meritato. A patto di non dimenticarci dell'alto valore naturale e paesaggistico che questa ferrata ha storicamente incarnato. Quei 31 km che univano Sant'Anatolia di Narco a Norcia hanno dovuto fare i conti con un'ecosistema a tratti aspro e indomito, tale da mettere spesso la nostra aggraziata creatura spalle alla roccia; in alcuni punti non esisteva, prima di essa, una vera strada carrozzabile degna di tal nome. E se anche le pendenze erano morbide, a tratti impercettibili, e non c'erano grandi dislivelli da superare, spesso la visuale si restringeva a tal punto da aguzzare l'ingegno, nel tentativo di penetrare la natura senza stravolgerla, anzi, se possibile valorizzarla. Questa piccola ferrovia costruita in "economia" non ha avuto vita semplice, ma, a posteriori, è possibile affermare che si è difesa piuttosto bene.

Un dato che mi piace sottolineare è che, in appena 30 km, la Spoleto - Norcia risaliva ben 3 fiumi, con rispettive valli, ed ecosistemi, per quanto contigui e consequenziali, ben distinti. Questo appunto dovrebbe far riflettere e distogliere quanti amano ricordare la ferrovia solo per quella incantevole giostra di viadotti ed elicoidali dei suoi primi 20 km. Sarà che per cogliere le bellezze della prima parte, soprattutto nel suo tratto più eloquente, devi lasciare l'auto e incamminarti in mezzo alla montagna, sul sedime della stessa, per impattare visivamente e fisicamente con i suoi lasciti, ed allora è tutto di immediata percezione; mentre risalendo la Valnerina e sue diramazioni, la ferrovia corre placida talvolta vicino alla strada, spesso dall'altra parte, talvolta ne è (oramai) tagliata fuori (o mangiata dalla strada), la scorgi passando con la coda dell'occhio e ti sembra scontata. Così non è, testimoni ne sono il Nera, il Corno, il Sordo.

Il Nera

Galleria di Passo Stretto, incastonata tra roccia e fiume, così come si scorge dalla statale 209 Valnerina.
Il Nera, e il suo sistema di affluenti, è geneticamente catalizzatore di storie, valli, industrie e strade ferrate. Il principale affluente del Tevere, che oltre al Corno riceve più a valle il Velino, in quel meraviglioso tripudio di ingegno e natura che è la "Cascata delle Marmore" alle porte di Terni, prima ancora della Spoleto - Norcia, ha visto le sue rive solcate dalla tramvia Terni - Ferentillo. E le sue rive hanno storicamente bagnato le più grandi "bocche di fuoco" che fiume italiano conosca. Un sistema industriale complesso e variegato di piccoli e grandi opifici, a macchia d'olio, si è instaurato in quei 30 km che vanno da Collestatte - Papigno a San Liberato di Narni, tutti raccordati via ferro. La Regia Fabbrica d'Armi, le Acciaierie, il Lanificio Gruber, lo Jutificio Centurini, la Montedison, le Officine Meccaniche Bosco, la Societa per il Carburo di Calcio e lo Stabilimento Chimico del Carburo di Calcio, solo per citare i nomi più noti del sistema "ternano"; Linoleum ed Elettrocarbonium in quel di Narni; Industrie Chimiche e Alcantara a Nera Montoro. In mezzo un sistema di dighe e sbarramenti che fanno del sistema Nera - Velino il più grande complesso idroelettrico dell'Italia Centrale. Spoleto - Norcia, Terni - Ferentillo e Roma - Ancona le ferrate che hanno fatto i conti con le sue acque, e quelle dei suoi affluenti. Sulle sue rive si sono intavolate grandi diatribe ferroviarie a partire dal 1846, quando i fratelli Venanzio e Girolamo Caporioni di Ussita, individuarono nella strada ferrata che da Terni passava per Visso, Tolentino e Macerata la via più breve, e meno incidentata, per collegare Roma e Ancona. Senonché tale soluzione, allora come oggi, aveva il difetto di lasciar fuori grossi centri, come Spoleto, Foligno, Perugia, e la Roma - Ancona prese la strada del valico di Fabriano, come ancora oggi la conosciamo. Quando si pose il problema della grande industrializzazione a Terni, fu realizzata la tramvia, fino a Ferentillo, raccordata a tutti gli opifici in forza lungo il suo percorso. E i paesi lungo la Valnerina a fare comizi e convegni per un suo prolungamento fino a Norcia, che potesse sottrarli dal loro storico e atavico isolamento. E' si convenne che non aveva senso prolungare la tramvia così a lungo, così come congeniata e tarata per l'hinterland ternano e le sue industrie, per servire lande non molto densamente popolate. E fu la volta della Spoleto - Norcia, che si assunse l'onere di andare a parare per quelle lande fieramente arroccate e amabilmente scontrose.

Il Fiume Nera e la statale Valnerina come si presentano dagli archi della Galleria di Passo Stretto.

La Spoleto - Norcia da Sant'Antolia a Piedipaterno, passando per Castel San Felice e il bivio di Vallo di Nera, corre placidamente addossata alla statale, e non riserva sorprese. Appena la stazione di Piedipaterno guada il Nera con un piccolo ponte, passando per l'altro lato, e qui il discorso si fa interessante. La valle si stringe, allarga e restringe di nuovo, e il binario compie autentiche serpentine a ridosso della roccia. Ma è soprattutto la visuale sul fiume a dettare legge. Quel Nera che mai troverete affacciandovi lungo la strada è li che costeggia e istruisce la sua ferrovia E' un altro mondo, ignoto nella sua atavica semplicità, che merita di essere raccontato. Poi la ferrovia curva in quella strettoria che la ferrovia ricorda con il casello e la galleria di "Passo Stretto", in parte rivestita, in parte scavata nella roccia, con i suoi finestroni ad arco che danno sul fiume che canta di sotto.

Le due gallerie "Lastre" a Borgo Cerreto, procedendo da Norcia a Spoleto, ai tempi della ferrovia.
E si prosegue pensando di averla scampata bella, ma quando si arriva alle porte di Borgo Cerreto, due piccole gallerie in buona parte scavate nella roccia, e a picco sul fiume, non a caso chiamate le "Lastre". Perché i nomi dati hanno sempre un senso. Ma cosa racconta il fiume da quelle parti? Chiediamoglielo.

Il Nera a Passo Stretto

Il Nera a Passo Stretto



Sono solo istantanee che non sanno racchiudere il complesso intricato flusso della natura che intesse il paesaggio. Ma raccontano una visuale per larghi tratti ignota ai viandanti che si accodano nei fine settimana in quella lingua d'asfalto della statale Valnerina.

Il fiume Nera a Borgo Cerreto, presso le due gallerie "Lastre"




Il fiume Nera ai piedi della gallerie "Lastre" di Borgo Cerreto
Il Corno


Il fiume Corno alla Balza Tagliata
Del Corno, affluente del Nera a Triponzo, e delle sue meraviglie, ho già abbondantemente parlato a proposito della Balza Tagliata e della Stretta di Biselli. Qui la ferrovia passava gli angoli più angusti e impervi, ma anche paesaggisticamente più spettacolari, di questo secondo lotto. Su questi punti eviterò di ripetermi. Nondimeno, quel tratto dalla galleria Nortosce all casello - fermata di Biselli era quanto di più angusto ci potesse essere, con la gola che si stringeva intorno, con molti tratti in cui passava a malapena la statale. Prova ne è che in un tratto dello sviluppo di 1,5 km. la ferrovia si trovava il fiume a sbarrargli la strada, ricorrendo alla costruzione di sei ponti in ferro che lo guadassero da un fronte all'altro. La Spoleto - Norcia in quel punto sembrava un camoscio che saltava da un versante all'altro.


Resti del basamento lato Spoleto del 4° ponte in ferro sul Corno, procedendo da Spoleto a Norcia.


Resti del basamento lato Norcia del 2° ponte in ferro sul Corno, procedendo da Spoleto a Norcia.

Alcuni lasciti del Corno, ora placido ora tumultuoso, sempre mistico e mai scontato, nel suo incedere a ridosso e a pungolo della cara ferrovia.

Il fiume Corno davanti alla Balza Tagliata

Il fiume Corno alla Stretta di Biselli

Il Sordo

Il Sordo a Serravalle di Norcia
Parliamo del torrente che scende da Norcia confluendo nel Corno all'altezza di Serravalle. In realtà oggi l'acqua del Corno che si getta nel Nera, potremmo attribuirla interamente al Sordo, visto e considerato lo stato di perenne secca del Corno nel tratto tra Cascia a Serravalle. Poiché tuttavia nei fiumi c'è una gerarchia, attruibuiamo al Corno le glorie, ma al Sordo non restano in mano le briciole. Chi conosce la zona dell'altopiano nursino saprà decantare lo spettacolo delle "marcite" di Norcia; ma anche più a valle, poco prima di Serravalle, poco prima dell'omonina stazione e del cimitero del paese, c'è un punto in cui il torrente fiume si allarga con una straordinaria vegetazione gorgogliante nel mezzo delle acque.

Il Sordo nei pressi del Cimitero di Serravalle
Sono questi i luoghi in cui l'antica ferrata scorreva placida nell'altopiano che si distende e allarga, circondata da campi e animali al pascolo, senza più asperità. E ancora una volta il fiume era li, testimone discreto e ineludibile di un rito che arcano si consumava.
Il fiume Sordo proveniente da Norcia a Serravalle, visto dal ponte della ferrovia.

Il ponte della ferrovia che guada il Sordo a Serravalle di Norcia, nel tratto precedente l'arrivo alla stazione di Cascia - Serravalle.
Decretando un nuovo invito al viaggio, nel tempo e nello spazio.

giovedì 10 maggio 2012

Valnerina che viene, Valnerina che va

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a chiederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole

le tue labbra così frenate nelle fantasie dell'amore
dopo l'amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre"
nell'ipocrisia dei "mai"



Fabrizio De André - Verranno a chiederti del nostro amore

"Valnerina che resta, scolpita nella memoria come lo fu nella roccia".

Fabrizio mi perdonerà se abuso della sua arte, ma penso di farlo per una buona causa. Era il 1973 quando uscì questa canzone, era il 1973 quando sono nato, e a quei tempi, se la ferrovia Spoleto - Norcia era già chiusa, e anche barbaramente smantellata, c'erano due luoghi, dove passava la ferrovia, ma anche la strada statale, di cui vorrei parlare. Perché se di valorizzazione dobbiamo parlare, iniziamo a farlo cercando di recuperare i luoghi perduti, anziché spendere inutili soldi su quelli ben conservati.


Come molti abitanti dei luoghi sapranno, e in parte ne ho accennato nel precedente post, la viabilità ai tempi della ferrovia era in parte diversa da quella attuale, quando la strada statale attraversava Triponzo e la Gola della Balza Tagliata, per immettersi idealmente nella Valle del Corno. E così rimase per alcuni anni, anche dopo la scomparsa della ferrovia. Poi ci fu il violento sisma del 1979, quello che rase al suolo Sellano, e fece danni diffusi in tutta la Valnerina. Già era emersa l'inadeguatezza della vecchia statale in più punti, per carenza di spazi e tenuta idrogeologica, ivi compreso il rischio di caduta massi. La cosiddetta messa in sicurezza fu l'occasione buona per realizzare varianti, alcune delle quali si mangiarono il sedime della ferrovia, dati gli angusti spazi in cui questa si incanalava, soprattutto nel primo tratto della Valle del Corno precedente Biselli. Tratto dove, è bene ricordarlo, non a caso il treno saltellava per ben 6 volte come un capretto da una parte all'altra del Fiume Corno attraverso l'utilizzo di altrettanti ponti in ferro, perché quello era l'unico spazio che gli era stato donato dalla natura. Dopo il sisma (anche se dei lavori di adeguamento della statale scapito del sedime della ferrovia erano già cominciati prima, all'indomani della chiusura), vennero realizzate nuove parti di tracciato in variante, realizzate ex novo, in alcuni casi allungate, le gallerie paramassi. A tutto vantaggio della scorrevolezza e sicurezza stradale. Ma tutto questo ha comportato un prezzo, che ancora oggi paghiamo. E non mi riferisco tanto ai resti del tracciato della ferrovia che promuovo e difendo; mi riferisco a due angoli incontaminati di quel quadrante di Umbria, di punto in bianco scomparsi dalle carte turistiche e dalla geografia delle bellezze locali. Da allora ad oggi, di fatto, abbandonate a sé stesse, all'incuria dell'indifferenza, come discariche naturali. E' di questo che voglio parlare, con l'aiuto e la complicità della ferrovia,  perché certe perle vanno riportate alla luce. Una precisazione, prima di tutto. Parlo genericamente di Valnerina, anche se, ad esser ortodossi, siamo già in Valle del Corno. Poiché tuttavia nel computo della Valnerina rientrano tradizionalmente anche le propaggini degli affluenti del Nera (Corno, Sordo) fino a Norcia, Cascia e comuni limitrofi, che rappresentano un unicum territoriale dal valore inestimabile, anche io mi adeguo di conseguenza, per semplicità di esposizione.


a) La Balza Tagliata


La Balta Tagliata con l'antica statale Nursina
Il nome deriva da una parete di roccia che precipita a "balzo", perpendicolare sul fiume Corno. Tagliata perché nel mezzo è stata scavata una vecchia strada, la storica statale Nursina che, dall'epoca preromana fino alle metà del secolo XIX era l'unico "sentiero" capace di mettere in comunicazione l'area "Nursina" con la Valnerina. Anni fa fecero uno speciale sulla RAI su questo paradiso perduto dell'Umbria, e raccontarono che, laddove la mulattiera faceva la curva, vennero posizionate delle campanelle per avvisare gli eventuali viandanti provenienti dall'altro lato. Questo perché sulla strada transitavano anche muli, condotti a mano, talvolta carichi di beni, e il sentiero non era sufficientemente largo per il transito contemporaneo di due muli (considerando anche le persone che li conducevano). Se questo accadeva, uno dei due animali, veniva necessariamente gettato di sotto nel fiume. Onde evitare, si avvisava acusticamente per tempo, in modo da organizzarsi in anticipo.


Balza Tagliata e Strada Nursina
L'Umbria è notoriamente terra di "Santi", ma in alcuni suoi angoli ci deve aver messo mano il "Diavolo", impastando quei luoghi di una bellezza terribile. Adriano Cioci , nei suoi meravigliosi libri sulla Spoleto - Norcia, scriveva a  proposito di questa zona, di una "natura dove  la simbiosi avviene attraverso soli tre elementi: roccia, acqua e ferrovia. La “Balza Tagliata” è un luogo dove la visione è quasi lunare e dove misticismo, paura e silenzio si fondono insieme". Ma tale bellezza evidentemente non è bastata a preservarla dall'oblio in cui l'hanno relegata.

La valle che si chiude sulla strada. Sullo sfondo la Valle del Corno che conduce a Norcia.
Sul sedime della ferrovia, proveniendo dall'ex casello Nortosce in direzione Spoleto, sullo sfondo campeggia la stretta valle della Balza Tagliata.

L'uscita della Gola della Balza Tagliata lato Norcia. In basso si vede la nuova statale per Norcia proveniente dalla Valnerina, con la galleria paramassi.

A seguito del sisma del 1979, fu realizzata la variante attuale, con un viadotto che campeggia sulla vallata del Nera, passando dall'altro lato della montagna con la lunga galleria Triponzo, per trovarsi in piena Valle del Corno, evitando il transito per il paese di Triponzo e la Gola della Balza Tagliata, la cui inconfondibile sagoma è visibile sul lato sinistro, procedendo per Norcia.


Il treno in uscita dalla galleria Balza Tagliata I, direzione Norcia, si appresta a transitare davanti alla Balza Tagliata posta sullo sfondo a sinistra, dietro al ponte della statale, nel tratto in cui strada e ferrovia procedevano in sede promiscua.


Visuale opposta dalla Balza Tagliata in direzione Spoleto, nei pressi della Galleria Balza Tagliata I.


b) La Stretta di Biselli

Nell'enciclopedia delle Regioni degli anni settanta che conservo in casa dei miei genitori, nel volume dedicato alla Regione Umbria, c'è una foto che mostra la galleria della vecchia statale, con la stretta gola a lato. Sul libro la didascalia definisce la stretta come "orrida", a sottolineare il fascino selvaggio, spaventosamente sinistro, di questo angolo di natura primordiale e indomita, discretamente relegato in disparte. La foto di cui parlo è molto simile a questa che ho scattato sui resti della statale, lato Norcia. Solo che qui la galleria è murata, in quella del libro ci transitava un auto.

Vecchia statale, lato Norcia, con il portale della galleria del Genio (1936); a lato la Stretta di Biselli.

Particolare della Stretta, lato Norcia.

Qui, a differenza della Balza Tagliata, il nuovo tracciato non ha tagliato fuori del tutto la vecchia gola, riscrivendo per intero la geografia del luogo; l'ha, più semplicemente relegata a  lato, a margine, anche se alla fine il risultato è il medesimo. Venendo lungo la statale nursina, da Spoleto a Norcia, ad un certo punto sulla destra c'è lo svincolo di Biselli, prima della galleria. La nuova statale fora dritta la montagna, seguita a breve distanza da una seconda galleria. Prendendo invece l'uscita sopra citata, e continuando a incunearsi, tenendo la destra, verso la gola, si ritroverà la vecchia statale, con il portale della galleria, lato Spoleto.Guardando a lato in basso c'è un ponticello che guada al fiume. In epoca "pre-stradale", prima ancora della realizzazione del traforo della vecchia statale, e prima ancora della realizzazione della ferrovia, l'orrida stretta era guadata da due ponticelli pedonali, per raggiungere prima l'uno poi l'altro lato, a seconda di come si conformava la stretta. Da un lato e dall'altro, c'era solo montagna. Ai tempi della realizzazione della ferrovia, una galleria sottostante, poco sopra il livello del fiume, traforava la montagna. Come è rinvenibile da queste foto storiche, che di seguito allego, con la ferrovia e treno ritratti sul versante Spoleto, nei primissimi anni di vita della ferrovia, fine anni venti - inizio anni trenta del secolo scorso.

Ferrovia Spoleto - Norcia alla Stretta, lato Spoleto. Sono chiaramente visibili i due vecchi ponti pedonali.


Ancora il lato Spoleto, con i due ponti pedonali.
Stretta di Biselli, uscita lato Norcia.
Guardando queste foto, immagino che qualcuno si domanderà: ma la vecchia statale nursina, con la galleria del Genio di metà anni trenta, posteriore a queste foto storiche della ferrovia, dove passava? Ebbene, passava sopra la galleria ferroviaria. Era poche decine di metri più corta, circa 200, contro i 252 metri della galleria ferroviaria. Soluzione inevitabile, perché altro spazio non c'era.

Ma i vecchi ponti pedonali, esistono ancora? Il primo è intatto.

Primo ponte pedonale.

Primo ponte pedonale.
 
Del secondo, è rimasta una traccia, incastonata nella parete di roccia.
Resti dell'attacco del secondo ponte pedonale sulla parete rocciosa. Visuale dal primo ponte.

Resti dell'attacco del secondo ponte pedonale sulla parete rocciosa. Visuale dal fiume.

Per anni ho viaggiato da Terni verso Norcia - Castelluccio e Cascia - Roccaporena, transitando davanti, o vicino, a queste due meraviglie della natura e del lavoro dell'uomo, ignorandole completamente. Fino a quando ho deciso di battere la vecchia ferrovia Spoleto - Norcia palmo a palmo. Allora le ho scoperte, e le ho iniziate ad amare. Qui c'è l'essenza della vera Umbria, che molti stessi "umbri" ignorano, o fingono di non ricordare.

Luoghi assurdamente belli, di un fascino sconcertante, primitivo e disarmante. Questi sono i luoghi da scoprire e valorizzare. Estirpati dalle mappe turistiche e culturali, se non addirittura dal quelle geografiche. Da più di 30 anni. La verità brucia. Ma lo scorrere incessante del fiume lenirà le ferite...

venerdì 4 maggio 2012

Triponzo, o della "Desolazione"

Zoom sulla stazione di Triponzo - Visso dalla vecchia statale.

E' un triste primato quello che riguarda la stazione di Triponzo - Visso, abbandonata già ai tempo d'oro della ferrovia. Era il 1933 quando le popolazioni del paese decisero di abbandonare il loro scalo per servirsi della stazione di Borgo Cerreto, distante tre chilometri di camminata. Le ragioni di tale scelta furono eminentemente logistiche, dovute all'ardua posizione dell'impianto, posto su una generosa ansa del Corno, perpendicolare al paese, alcune decine di metri sotto. Quando venne costruita la ferrovia, si cercò di rispettare la linea di massima penetrazione offerta dalla natura, onde evitare di impelagarsi in impegnative opere d'arte (che già abbandavano nel primo tratto di ferrovia, nel tratto compreso tra Spoleto e Sant'Anatolia) e artificiosi allungamenti di percorso, da espletarsi peraltro in zone poco più che disabitate. Si scelse la via del fiume, che era anche la via seguita (seppur decine di metri più in alto) dall'antica carrozzabile proveniente da Norcia che si incuneava nella Balza Tagliata. La ferrovia proveniente da Spoleto, che correva appena sopra il livello del Nera, andava a infilarsi nel cuore della montagna, là dove restava spazio per il solo fiume, con una galleria di 435 metri (la terza per estensione dopo i 1.936 della Caprareccia e i 454 della Vallegiana) piegando sensibilmente verso destra, per sbucare ai piedi del paese, dove la valle si allargava, e il fiume prestava un'ansa. Questa scelta, scenograficamente spettacolare, che si insinuava nella natura senza violarla, aveva il difetto congenito di non offrire un rapido e comodo accesso al paese soprastante. Il collegamento tra il paese e la stazione era offerto da un sentierino ripido e stretto, scavato nella scarpata. Il passaggio dall'altra parte del fiume, dove sorgeva la stazione, era offerto da una semplice tavola di legno appoggiata sopra, ad offrire il guado. Un ponte effimero spesso spazzato via dalle piene del tumultuoso Corno, che spesso isolavano la stazione, rendendone possibile l'accesso solo via ferrovia.

La stazione di Triponzo - Visso, a fondovalle nell'ansa del Corno.

Non era un caso quindi se Triponzo era l'unica stazione del tracciato sprovvista di una propria area per il trasbordo delle merci, essendo sprovvista di una strada carrozzabile. Per alcuni anni si ovviò al problema, creando un binario tronco di fronte alla Balza Tagliata. Là dove la ferrovia risaliva, all'uscita della galleria Balza Tagliata I, guadagnando la sede stradale, nell'unico tratto a sede promiscua che Spoleto - Norcia ricordi (eccezion fatta per il tratto di attraversamento a Spoleto, dove, non a caso era stato impiantato un PL, l'unico dell'intero tracciato), era stato predisposto un binario tronco, per il trasbordo delle merci e degli animali. Mentre la ferrovia correva a destra arrasata alla parete della montagna, scomparendo poco dopo all'interno della galleria balza Tagliata II, il binario di ricovero prendeva l'altro lato della strada, a ridosso del muretto su cui si affaccia la Balza Tagliata, con la vecchia Strada Nursina scavata nella roccia, e lo sbarramento sottostante. Li venivano effettuate le manovre di sgancio dei carri e scarico merci, poi caricate a bordo di altri mezzi, di carri a trazione animale, avendo il pregio di essere sulla vecchia statale. Non è dato sapere con esattezza quando questo punto di smistamento e trasbordo sia sopravvissuto, al servizio degli abitati di Triponzo e delle sparute abitazioni di Case Volpetti, là dove sorgeva il casello omonimo poi ribattezzato Nortosce. Forse fino alla seconda guerra mondiale, di certo non è arrivato fino agli ultimi giorni della ferrovia, visto che nei filmati non se ne rinviene traccia, e il sottoscritto, per scoprirlo, ha dovuto parlare con un vecchio del luogo per poi ritrovare il binario in una foto storica dei primi anni dell'esercizio. Fatto sta che la stazione di Triponzo, esclusi i primissimi anni di vita, si è tramutato in un avamposto sperduto, presenziato a controllo dello stato della ferrovia in quel lembo isolato, dove il terreno era spesso preda delle inquiete mire del Corno.

Il tronchino merci alla Balza Tagliata, a servizio della stazione di Triponzo.


Oggi però mi sento di raccontare un'altra storia. Negli anni dei lavori di conservazione e ripristino dei resti del tracciato, dove nuove onde di appassionati si dilettano a mostrare all'infinito le foto storiche immortalanti le indiscutibili bellezze della linea, un silenzio tombale sembra avvolgere la frana che da ormai due anni riguarda quella scarpata sopra la stazione di Triponzo. Era il mese di luglio del 2010 quando, recatomi all'altezza della cantoniera ANAS di Triponzo, sulla vecchia statale Nursina tagliata fuori dalla nuova variante, nel punto da cui si domina l'ansa su cui sorge la stazione, ho visto gli alberi inclinati, e una cospicua porzione di terra franata, fortunatamente non a tal punto da rovinare sull'alveo del fiume. Me ne sono tornato a casa con il sangue amaro e un sentimento di mestizia, mentre l'attenzione era tutta focalizzata sui sedicenti lavori compresi nel tratto tra Sant'Anatolia di Narco e Borgo Cerreto. Tutti ad ammirar staccionate, a passeggiare sul sedime spianato, mentre a pochi chilometri di distanza si consumava il dramma.  E nessuno ne parlava.

Smottamento sopra la stazione di Triponzo - Visso.
Ci sono tornato ad un anno di distanza, con un fidato amico di Crotone, dopo avergli mostrato le inestimabili bellezze del Gottardo Umbro che ci sono costate oltre 20 km di scarpinata. E tutto era rimasto lì, immutato, come un anno fa.

Smottamento sopra la stazione di Triponzo - Visso, visibile sull sfondo in basso a sinistra.

Che la natura che aveva mirabilmente e gelosamente custodito questo gioiello di ingegneria dall'incuria dell'indifferenza, si sia decisa a riprendersi ciò che gli spetta? Ai posteri l'ardua sentenza. Certo è che, quel che ha resistito impavido a due terremoti, rischia di rimanere ingoiato nelle fauci della natura ferina. E io qui a chiedermi se tutto è rimasto come è stato lasciato, nel caso decidessi di recarmi sul posto anche nel prossimo mese di luglio. Chi vivrà vedrà, ma la mestizia sta montando a rabbia. Ho taciuto due anni, ma non ce la facevo più a tenermi questo sasso nella scarpa.

giovedì 3 maggio 2012

Addio caro capostazione ...

Il 12 aprile 2012 Giuseppe Farinelli ci ha lasciato, all'età di 87 anni, approdando a miglior vita. Con lui se ne va, più che un pezzo di storia, la grande memoria vivente del "Piccolo Gottardo Umbro" che tanto ha incantato la fantasia degli appassionati ferroviari di tutto il mondo. Farinelli era uno dei due capostazione della stazione di Spoleto al tempo della sua infausta chiusura. Fu colui che, quel 31 luglio del 1968, "licenziò" l'ultimo treno per Norcia che, nella volontà della società, doveva essere autosostituito. Un supremo gesto di ammutinamento che testimonia, a distanza di oltre 40 anni dalla chiusura della linea, la tempra dell'uomo, ma anche la sua fede incrollabile verso quel piccolo gioiello di ingegneria, arte e natura, che per molti era solo una semplice, ormai inutile, ferrovia.

Ho avuto il piacere, oltre che la fortuna, di conoscerlo di persona, e vedere e toccare con mano, parte dei cimeli della sua inestimabile collezione nella casa museo di Ripicciano. Era il 13 ottobre del 2007. Ero in compagnia dell'amico Cristian di Foligno, grande appassionato della Spoleto - Norcia, che quel giorno lo tempestò di tutte le domande possibili e immaginabili. Io rimasi in religioso silenzio, ad osservare quei reperti, tenuti e repertati con cura maniacale. Cimeli che riacquistò lui stesso dal ferraccio, pagandoli di suo pugno, pur di conservarne la memoria che sapeva di un pezzo di vita vissuta. Perché non si sarebbe mai azzardato a sottrarre un pezzo di ferro dal suo amato gioiello, rendendosi complice di quel disegno sciagurato di smantellamento efferato, che in quegli anni imperversò attirando sciacalli da ogni angolo della regione. Ogni tanto osservavo, annotavo impressioni, e meditavo, la domanda giusta da fargli. Che fu soltanto una, che valse per tutte.

La mia più grande curiosità era rivolta all'ultimo giorno, a quegli ultimi concitati momenti di vita della nostra amata ferrata. Nei testi sacri di Cioci leggevo che l'ultima corsa da Spoleto a Norcia era stata autosostituita, a seguito di un programma diramato in giornata dalla Società Spoletina. Leggevo altresì che l'autobus sostitutivo era già lì pronto per la partenza, ma la gente era ugualmente salita sul treno, e non voleva saperne di scendere. Chiesi allora a Farinelli, testimone diretto dell'epoca, cosa ci fosse di vero in quelle righe che tanto mi erano rimaste impresse da restare scolpite nella memoria.

Giuseppe mi raccontò un'altra verità. Vennì così a sapere che non era affatto vero che il bus deputato a sostituire il treno era già lì. Il bus giunse in ritardo, con la gente che era già tutta salita sul treno. L'altro aspetto interessante del racconto di Farinelli era dato dal fatto che il bus (come fecero poi tanti altro bus che dal 1° agosto sostituirono il servizio ferroviario) non seguiva tutte le fermate del treno. Chi conosce la situazione viaria alternativa alla ferrovia, sa che la statale sbuca a Piedipaterno, saltando Sant'Anatolia di Narco e Castel S. Felice. Ebbene, il bus che fosse sbucato a Piedipaterno, avrebbe poi proseguito diretto per Norcia, saltando gli abitati di Sant'Anatolia e Castel S. Felice. Questa era una delle fondate ragioni per cui alcuni dei passeggeri saliti sul treno non vollero saperne di scendere, rischiando poi di doversi incamminare a piedi per raggiungere le loro case. Incuriosito dal fatto, andai a consultare i libri di Cioci, dove c'è effettivamente scritto che già dal 1° agosto del 1968 il sindaco di Sant'Anatolia inoltrò una lettera di protesta, perché i due abitati, chiusa la ferrovia, erano stati tagliati fuori. I passeggeri di quel treno protestarono con veemenza, al punto che Farinelli sbottò con un bel: "Fatevi sentire pure voi!". Alla fine macchinista e capotreno si rivolsero a lui con un preoccupato e disarmante: "Cosa dobbiamo fare?". Giuseppe si assunse la sua responsabilità e, alzando la paletta, licenziò il treno, quello che passò alla storia come il vero ultimo treno della Spoleto - Norcia. Dando così seguito ad un altro gesto, tra profezia e leggenda, che poco più di un paio d'ore prima aveva compiuto il suo collega Altobelli, capostazione di Norcia. Il quale dopo aver licenziato il precedente treno da Norcia, aveva rimesso lo scambio nel corretto tracciato, pronto a ricevere l'ultimo treno da Spoleto, sebbene era stato diramato il comunicato in base al quale, quel viaggio sarebbe stato autosostituito e il treno, lì a Norcia, non sarebbe più tornato.

Di Giuseppe ricordo gli occhi vispi, pieni di vita, e di una segreta e arcana speranza verso l'oggetto del suo sconfinato amore; conditi di una sana energia che nemmeno le amarezze degli anni successivi ha saputo mitigare. Una forza diventata missione di vita negli anni a venire, tutta volta a sponsorizzare il ritorno dell'amato treno, perché nessun altra destinazione d'uso darebbe stata degna di quel tracciato divenuto leggenda. Anche quando, con lo scorrere inesorabile degli anni, delle promesse e parole cadute nel vuoto, era anche lui consapevole che il treno, in quelle mistiche valli, non sarebbe mai più tornato, perché in fondo in fondo, sin dagli ultimi giorni antecedenti la chiusura, non c'era la volontà in loco di avere la ferrovia. Ma questo non affievolì mai il suo genuino entusiasmo e il suo impegno, e sempre prestò la sua conoscenza per tramandare la ricchezza di quell'inestimabile tracciato. Convegni, articoli, aneddoti, a chiunque gli chiedesse un'informazione e un parere dispensò pillole di saggezza. E a me piace pensare che negli ultimi istanti della sua vita, uno ad uno gli siano scorsi davanti tutti i fotogrammi della sua storia di ferroviere della Spoleto - Norcia. A margine della risposta che mi diede confidò che, nel programma della chiusura, era previsto il ricollocamento del personale verso altre destinazioni, altre amministrazioni ferroviarie, o di autolinee, perché, nel chiudere la ferrovia, decine di persone si ritrovavano senza lavoro, con le famiglie da mantenere. Molti ferrovieri fecero buon viso a cattivo gioco, accettando altre destinazioni. Lui no, non avrebbe potuto fare lo stesso lavoro presso un'altra ferrovia, non sarebbe stata la stessa cosa. Anche da questo gesto si legge l'integrità dell'uomo che non ha tradito il suo amore e non si è piegato a un disegno che non ha mai accettato. Finita l'era della Spoleto - Norcia, finì l'era del Farinelli ferroviere che si ritirò definitivamente dalla scena.

E cosa dovrei scrivere io di quest'uomo, quando questi gesti parlano eloquentemente di lui? Mi vien di dirgli una sola parola. Un "Grazie", che non sa di congedo, ma di arrivederci. Ma non posso sottrarmi all'ingrato compito di ricordarlo adeguatamente, che mi sono assunto quando ho deciso di scrivere questo post. E allora ricordo il Giuseppe indomabile con un aneddoto che lui stesso sorridente confidò. Lo ricordo come quel carrello che un giorno si sfrenò a Caprareccia, iniziando la sua selvaggia e inarrestabile corsa verso la città di Spoleto. Me lo immagino sfrecciare nel silenzio sospeso della valle transitando sibilante sopra i 60 metri del Viadotto Cortaccione, per poi attraversare indenne il PL di Spoleto, sferragliare davanti alla stazione di Città e arrestare la sua corsa schiantandosi a Spoleto FS. Qualcosa di vivo e che sfugge alle logiche. Buon viaggio Giuseppe.


Io e Giuseppe Farinelli. Foto di Christian Polizzi (13-10-2007)

sabato 2 ottobre 2010

C'era una volta



Il 1968 è passato alla storia come il teatro di grandi battaglie e importanti conquiste. La rivolta studentesca, la contestazione giovanile, l’emancipazione femminile, il riscatto da usi e costumi ereditati dalle generazioni passate, non più aderenti al nuovo sentire; la predicazione del sesso e dell’amore libero, la speranza, mista ad illusione, per un mondo diverso, migliore. Ma per un piccolo lembo dell’Umbria meridionale, il 1968 fu un anno funesto. Comunità isolate, operose, selvagge, fieramente arroccate, persero il filo che le aveva intessute nel corso degli anni. Il trenino azzurro, simbolo del progresso amico che unisce senza invadere, che attraversa senza stravolgere, capolavoro d’ingegneria e ardita testimonianza dell’eterno connubio tra la natura e l’uomo, spesso nemici, capaci di singolari opere d’arte quando perseguono lo stesso disegno. Di tutto questo cosa è rimasto? I ricordi indelebili di chi l’ha vissuto. E qualche viadotto incastonato tra le montagne, gallerie a strapiombo sul fiume che scorre incessante, incurante dei mutamenti apportati dall’uomo a un’ambiente modellato nel corso dei secoli. Questa è la Storia. Poi c’è la Memoria, luogo fluttuante,sospeso e incantato, dove tutto è presente, fatalmente impresso..



Certe esperienze è impossibile descriverle. Vanno vissute e preservate, al più sognate. Certi pensieri incontrano geniali intuizioni, generando visioni che lasciano il segno. Allora nascono opere capaci di andare oltre l’utilità contingente guardando al futuro sempre più incombente. Certe ferrovie sono il placido susseguirsi di binari e stazioni, treni e vagoni. La Spoleto – Norcia era un capolavoro di tecnica e arte, ambiente e paesaggio, ingegneria del limite delle possibilità umane che una natura sublime ha saputo attraversare, senza scalfire. Era ed è ancora oggi, al di là delle opportunità non comprese e irrimediabilmente perdute, delle decisioni prese, delle firme in calce apposte. Perché non basta rimuovere i binari per sopprimere un simbolo divenuto mito. L’incanto di ieri è lo stupore di oggi, percorrendone i sentieri, estasiati di fronte alla collezione di opere intatte. Per non ripetere lo stesso errore due volte, stavolta per sempre.